Prendere l'aereo come se fosse un autobus è un'esperienza a cui ci si abitua, nello sconfinato Egitto e così capita di alzarsi in volo per andare a visitare un tempio e poi tornare, sempre in aereo, solo per risalire a bordo della propria motonave, ancorata ad uno dei tanti porticcioli lungo il Nilo.
Ad Abu Simbel ci siamo arrivati in questo modo. Scesi dall'aereo ci attendeva un pulmino che ci ha condotti fino all'ingresso dell'area del tempio. Abbiamo aspettato tra le buganvillee per un po', passando poi i consueti controlli con metal detector e poi ci siamo incamminati su un sentiero lastricato.
Al tempio ci si arriva dalle sue spalle, avendo la collina artificiale, di calcestruzzo, come orizzonte, circondati dal colore ocra della sabbia, fino a che non si inizia ad aggirare la collina, restando colpiti dall'improvvisa comparsa del lago Nesser, un po' più in basso, azzurro, limpido, come ci si potrebbe immaginare un miraggio nel deserto, ma non è il lago la meta di quel cammino e si prosegue ancora per poco, arrivando sul fianco del tempio, scoprendolo con lo sguardo come potrebbe fare il sole, dal lato opposto.
L'impatto visivo è strabiliante, è "grande".
Si possono dire tantissime cose di questo tempio, ma quello che colpisce per primo è il gigantismo delle statue al cui confronto ci si sente minuscoli.
Trovato un vago riparo sotto una pianta, restiamo ad osservare mentre la nostra guida ci illustra le caratteristiche del tempio: dalle misure, al numero delle statue, alla simbologia, ma, con un po' di campanilismo, noi siamo molto interessati al trasferimento di questo sito straordinario ad opera di ingegneri e cavatori di marmo italiani.
Era il 1964 quando iniziò il taglio del monumento. Ogni pietra che lo componeva, ogni statua, ogni colonna, venne tagliata, numerata e portata nella nuova sede, dove venne riassemblata con una precisione straordinaria, tanto da mantenere le caratteristiche fondamentali del tempio. il tutto impiegò oltre duemila uomini per quattro anni e fu la prima volta nella storia dell'archeologia che veniva compiuta una simile impresa, degna degli antichi che avevano costruito il tempio, nel XIII sec. a. C.
Di questa operazione chirurgica restano i segni: scanalature nella pietra, dove venne tagliata, molto più visibili sulla parete liscia che sulle statue, che non hanno perso nulla del fascino e dell'eleganza dell'espressione di Ramses II, il faraone a cui il tempio era dedicato.
Quattro sue statue, in trono, sono disposte ai lati della porta, su cui campeggia la statua del dio Ra' Ho Akthi, un falco con disco solare che simboleggia la giustizia e funge da dedica dal tempio al dio ed al faraone deificato.
La testa di una delle quattro statue cadde poco dopo la realizzazione del tempio, a causa di un terremoto ed in fase di trasloco si dibatté se ricollocarla sul busto del faraone o meno. Alla fine si decise di lasciare ogni cosa come era stata trovata ed anche la testa è stata posizionata a terra, ai piedi della statua cui apparteneva, come era nel tempio originale.
Sopra le statue, quattordici babbuini aggrappati al frontone sembrano in attesa del sorgere del sole.
Il loro numero era maggiore, ma non è certo se fossero quante le province dell'Egitto, ventidue o quante le ore del giorno, ventiquattro.
Altre statue, ai piedi di quelle del faraone raffigurano la moglie Nefertari ed i figli.
All'interno si susseguono due sale, la prima, riccamente decorata con il tema della vittoria di Kadesh, in cui il faraone vinse gli ittiti, viene suddivisa negli spazi da alcuni pilastri, otto dei quali sono accompagnati da altrettante statue del faraone in veste di Osiride.
Le statue tendono il volto rivolto al centro della sala, a formare un corridoio attraverso cui, due volte l'anno, nel giorno della nascita e nel giorno dell'incoronazione del faraone, il sole penetra fino nella parte più profonda del tempio: la sala successiva, detta "dei nobili".
In questa seconda e più piccola stanza si trovano quattro statue: quella del faraone deificato, che viene maggiormente colpita dalla luce, quella di Ra e di Amon-Ra, che vengono pure illuminate e quella di Ptah, dio delle tenebre, che rimane escluso volutamente dalla luce.
Quando il tempio è stato spostato, si è fatto in modo che il fenomeno si mantenesse, ma è stato inevitabile, data la diversa altezza della nuova posizione, spostarlo al giorno successivo.
Resta sbalorditiva la conoscenza degli antichi egizi in campo astronomico e matematico, per riuscire a costruire questo tempio.
Quando si visita il tempio di Ramses II, però, si visita anche un altro tempio, cento metri più in là: il tempio di Nefertari, o semplicemente "tempio minore".
Questo secondo tempio è più piccolo, eppure eccezionale: la sua eccezionalità sta nell'essere l'unico tempio eretto ad una regina, regina deificata ancora in vita!
Appellata come "signora di grazia", "dolce d'amore", "colei per cui splende il sole", fu anche chiamata "sovrana di tutte le terre", esattamente alla pari del faraone, così come, sulla facciata del suo tempio, le statue che rappresentano lei e quelle che rappresentano Ramses II sono della stessa grandezza.
Nefertari, pur non avendo mai regnato da sola, è considerata una delle più grandi regine d'Egitto. Morì a solo quarant'anni, dopo aver regnato accanto al faraone per vent'anni, in seguito ai quali la sua influenza venne meno, nonostante il grande peso politico che la regina aveva avuto nelle trattative di pace con gli Ittiti.
Probabilmente la causa è da ritrovarsi nella prematura morte di tutti i figli, che favorirono la linea dinastica discendente da un'altra sposa di Ramses II.
Il tempio a lei dedicato è decorato con figure femminili, la testa di Hator campeggia sui pilastri che raccontano la vita della regina e del faraone ed altri che mostrano la coppia reale al cospetto degli dei.
Le immagini di questo tempio non solo solo formalmente familiari, ma lasciano trasparire l'amore del faraone per la sua regina, dando una sorta di calore, al tempio, che non si trova negli altri.
Personalmente ho preferito il tempio di Nefertari a quello di Ramses II, anche se, probabilmente, mi sono lasciata influenzare dalla storia e dalle luci che illuminano la figura della regina, nel buio del suo tempio.